PDFStampaE-mail

Nota 38

Scritto da Flavio

8 agosto 2011

La città è povera d'acqua. Le strade sono piccoli vicoli, le case tuguri. Lo straniero stenta a credere d'essere giunto nell'Atene di cui tanto ha sentito parlare. Poi vedrà l'Odeon più bello del mondo, un magnificio teatro, lo splendido tempio di Atena che si ammira da lontano,  il tempio di Zeus Olimpio. tre ginnasi, l'Accademia, il Liceo..."

Così scriveva ventun secoli fa lo Pseudo-Dicearco. E forse non è cambiato nulla. L'impressione è la stessa. Il contrasto tra lo splendore dell'Acropoli e l'aspetto dei quartieri che le si sono affollati intorno. Affollati è la parola giusta.

Atene, gigantesca colata di cemento, bianca, rumorosa, labirintica, illogica, invasiva, intensa, corrosiva, maleodorante. Stupenda. Così umana. Mi ricorda i sassi della spiaggia di Ouranopoli, disposti dal vento, dal tempo e dalla maree. E a dominare il tutto, qua, l'Acropoli: un faro che funge da ancora nella profondità del cielo. Atene, così naturalmente adeguatasi al libero arbitrio, da risultare divina.

   

PDFStampaE-mail

Nota 37

Scritto da Flavio

7 agosto 2011

Sulla barca, mentre scorrono i boschi della penisola, penso a questo luogo e mi rendo conto che ha la funzione dell'orologio. La vita altrove si dipana in migliaia di quotiianità. Qua invece da secoli è lo stesso ritmo: scandisce inesorabilmente il tempo del mondo. Sarò da qualche parte un giorno, preso dalla frenesia del fare, avrò ritardi, anticipi, aspetterò e farò aspettare. E spero, nello stress, di ricordare il Monthe Athos. Saprò che a quell'ora qua accadrà quella cosa. Mi darà sicurezza. Come uno scoglio nel mare del movimento.

Sbarcato il ritmo del mondo reale mi disorienta. Tra le risate di Chloe che mi vuol salutare. Mi dice che non succede nulla in 5 giorni. Insomma! le rispondo. E devo sedermi, per un attimo, per appoggiare bene i piedi a terra. E il ritmo mi cattura.

   

PDFStampaE-mail

Nota 36

Scritto da Flavio

3 agosto 2011

Eccomi sul Mt. Athos! E sono le 17.00, sono stanco. Si torna al katholikon dove il Vimatàris estrae le Sante Ceneri dell’archivio del monastero e le espone sull’Altare Sacro per la prosternazione. Mi perdo nel buio, nei fumi, nel salmodiare ipnotico, nell’accensione delle candele, nel bacio alle icone. Questa diventa la mia quotidianità. Sveglia alle 3 del mattino per la messa. La colazione d’olive e pane. I vespri e poi la cena. Questa diventa la mia solitudine. Ogni movimento acquista importanza e per trovare equilibrio bisogna togliersi dal ritmo della velocità e scivolare tra giorno e notte. Solo così il mondo sparisce e questa vita è possibile. L’uomo perde consistenza: semplice strumento ripetitivo alla glorificazione del divino. Il mio scetticismo mi porta al combattimento ma, costretto da queste regole, mi accorgo di non avere possibilità: soccombo. È così che le ore diventano giorni e se ci passassi più tempo sarebbero stagioni e poi anni e infine vite. C’è qualcosa al mondo, che a dispetto del nostro arrogante desiderio d’immortalità, rimane: il tempo della natura che seleziona impietosamente la nostra opera.

Ormai tutto è altrove. Ma è la strada per capire Le Corbusier.

   

PDFStampaE-mail

Nota 35

Scritto da Flavio

1 agosto 2011

Salgo: passo per le onde di cemento gettato in migliaia di palazzi, palazzine, palazzoni, palazzette, una aggrappata all'altra come un campo incolto riconquistato dalle regole primordiali della foresta. Infine sulla fortezza, vuota, unico spettatore di Salonicco che scivola a mare. Verde, cemento e blu. Colori. Penso a quel che scriveva Pastoreau: il colore è materia, involucro che ricopre qualcosa. Il colore è una realtà materiale, una seconda pelle o una superficie che dissimula i corpi. Mi è chiaro osservando Salonicco che il cemento è la pelle con cui gli uomini rivestono il corpro terra. Quindi il cemento è un colore.

   

PDFStampaE-mail

Nota 34

Scritto da Flavio

31 luglio 2011

La città e al di là il mare. A segnare il confine il faro di Alessandopoli. Che a vederlo non sembra poi così epico, sarà una ventina di metri d'altezza. Eppure a me sembra il colosso di Rodi quando la sera illumina l'oscurità del mare con il suo fascio di luce. Ed è proprio sotto il faro che conosco Lefteris (che significa Libero); bevendo Ouzo mi dice Solo chi è stato straniero può capire che il razzismo, l'arroganza e il nazionalismo spinto sono una fesseria! Come non dargli ragione a questo settantenne, con il volto bruciato dal sole, che mi fa da cicerone per la città.

 

   

PDFStampaE-mail

Nota 33

Scritto da Flavio

29 luglio 2011

Sono salito sull'Uludag, a 2543 metri, la montagna sopra Bursa la verde. Sono salito per un pezzo con un piccolo minibus. Poi a piedi: ore. Sudore. E il paesaggio in trasformazione: macchia mediterranea, pascoli e abeti. Poi terreno brullo. Un poco mi ha ricordato le montagne di casa.

   

PDFStampaE-mail

Nota 32

Scritto da Flavio

28 luglio 2011

Verso l'Asia! Arrivando a Mundanya tutto è nero, ma un nero colorato di blu! Scriveva Le Corbusier. Io ci arrivo il mattino, il quadro blu è smezzato dal verde delle montagne. Sopra il cielo e sotto il mare, che però assume, nei pressi del porto, i colori dell'arcobaleno a causa della fuoriuscita d'olio di qualche motore. Poi raggiungo Bursa.

   

PDFStampaE-mail

Nota 31

Scritto da Flavio

27 luglio 2011

Mi accorgo che l'umanità ad un certo punto si è semplicemente separata per cercare il suo posto nel mondo e continuare a vivere. I minareti ricordano i campanili di una poesia di Armitage - Il campanile è il negativo di un camino - Insomma, qualcosa che scalda la casa dell'anima. Come un minareto.

   

Pagina 2 di 6

<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 Succ. > Fine >>